Sep 22, 2017 Last Updated 9:35 AM, Sep 2, 2017

Bene comune e utilitarismo. Economia globale e i suoi frutti

Categoria: 2017
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17 luglio: Bene comune e utilitarismo. Economia globale e i suoi frutti 

È questo il complesso, provocatorio e interessantissimo tema che ha trattato nel corso della mattinata padre Nicola Riccardi ofm, illuminando l’assemblea capitolare su questioni di stringente attualità e che stimolano a una concreta verifica della “cittadinanza socialmente responsabile” anche da parte dei membri degli Istituti religiosi. Anzi, potremmo spingerci a dire, soprattutto da parte dei religiosi in quanto chiamati a essere esempi e profeti di buone pratiche, capaci di incidere su strutture politiche e culturali ingiuste e contrarie al valore della fraternità.
Padre Nicola con chiarezza e puntualità ha illustrato le radici storico-filosofiche della cultura utilitaristica e anti-fraterna in cui, a volte pure senza adeguata consapevolezza, viviamo, evidenziando l’influenza di pensatori del XVII e XVIII secolo, quali Bernard de Mandeville e Jeremy Bentham, sull’individualismo e la ricerca dell’interesse personale o del profitto di una parte che domina i sistemi economici contemporanei, legittimando l’equivalenza tra principio di utilità e felicità, intesa come ricerca del piacere. In tale scenario perde di significato l’idea di comunità (ritenuta corpo fittizio e somma degli interessi che ne animano le parti) e diventa equivoco il concetto di “bene comune”.
La riflessione su quest’ultimo aspetto è stata molto intensa e articolata: l’approccio del Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes n. 64) e in particolare l’approfondimento offerto nel 2004 dal Magistero sociale della Chiesa hanno contribuito a mettere in luce che il “bene comune” è da qualificare nei termini di “bene relazionale”. Ne è emblematica espressione proprio la fraternità la cui realizzazione esige il contributo e la fruizione di ogni singolo componente. La salvezza stessa è bene relazionale, sicché la questione del bene comune non è da semplificare al livello della gestione di beni materiali, ma implica di fondo un atteggiamento di fede che plasma un’etica e un’idea di uomo. Nell’ottica dell’utilitarismo le persone scompaiono dietro l’utilità e se il fine resta soltanto l’utile, ogni azione diventa lecita purché esso sia conseguito, alimentando in tal modo un’attitudine all’indifferenza reciproca nell’esclusiva tensione al profitto di un singolo o di una parte.
I consacrati sono pertanto sollecitati a essere, in prima linea, esperti di beni relazionali prima che della cura di beni materiali, ponendo un segnale forte in un contesto di crisi antropologica che è alla base della crisi economica e che può trovare una soluzione solo recuperando uno sguardo verso l’Alto, un orizzonte di riferimento, attuando una conversione nella prospettiva della sostenibilità, superando la schizofrenia tra l’ergersi a paladini di diritti umani e attuare pratiche opposte. Un esempio lampante, in questo contesto, è il proclamare logiche di accoglienza e, nel contempo, da parte della società occidentale, l’erigere muri per tutelarsi dai migranti oppure il silenzioso alimentare guerre nei paesi in via di sviluppo per trovare mercati adeguati alla produzione di armi. Solo una cittadinanza socialmente consapevole e responsabile è in grado di incidere sulle strutture inique, che la stessa globalizzazione – di cui padre Nicola ha illustrato, con esemplificazioni concrete, il sorgere e lo sviluppo – ha fomentato, assecondando l’interesse di pochi che influenzano materialmente e a loro vantaggio la vita dell’umanità. Diventa dunque indispensabile avviare seri percorsi formativi, tali da maturare una responsabilità e un pensiero non a breve termine e tale da incidere prima di tutto sui nostri stili di vita, sull’uso delle risorse, sull’assunzione della grazia del lavoro, su scelte consapevolmente e rigorosamente etiche negli investimenti e nella gestione dei beni, secondo le direttive che la Chiesa si sta impegnando con urgenza e assiduità e dare, nella rinnovata coscienza per i religiosi che la prima forma di povertà è vivere la condivisione. Non basta infatti testimoniare la solidarietà: essa è atteggiamento di generosità da parte di chi ha nei confronti di chi è nell’indigenza e non risolve una diseguaglianza di fondo. Occorre testimoniare, vivere, annunciare, specialmente da parte di noi francescani, la fraternità, quale spazio in cui gli “uguali” possono vivere nella libertà le loro differenze, percependosi uno a fianco all’altro, sullo stesso piano. Tale è l’economia evangelica per coloro ai quali il Signore stesso ha detto «voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8).

Nel pomeriggio:

SFIDE PER LA MISSIONE IN TURCHIA  P. Eleuterio Makuta ofm
Nella più grande e bella isola di Istanbul, a dire del padre relatore, Büyükada, la Congregazione è tornata il 27 giugno 2015 con una importante missione di presenza: la comunità S. Antonio composta di tre suore, di tre lingue e culture diverse, ma con un unico e chiaro carisma “vivere il Vangelo”.
La nostra presenza in terra turca risale al 1872 in Costantinopoli dove si costituì la Provincia S. Elisabetta; la missione di Büyükada prese avvio nel 1883. Le difficoltà politiche costrinsero le suore a ritirarsi nell’isola di Cipro divenuta poi sede della provincia del Medioriente.
Nel 1985 le relazioni politiche tra i due Stati Turchia-Cipro divennero ancora più difficili tanto che le suore affidarono l’ambiente ai Padri Salesiani per il loro servizio pastorale ai giovani. Successivamente anch’essi presentarono le loro difficoltà a mantenere la presenza e alla fine del 2010 ufficialmente si ritirarono.
La Chiesa ha sempre sollecitato a non abbandonare presenze cristiane in terra musulmana e la convinzione della Congregazione era forte, mancava però la possibilità di trovare la modalità per rientrare. La Provvidenza si fece presente durante un incontro con il Ministro Generale P. José Carballo ofm, durante lo scorso Capitolo Generale; il Ministro ci affidò all’esperienza dei suoi frati di Istanbul in particolare di P. Eleuterio Makuta che oggi è con noi in assemblea e ci parla delle sfide per la missione in Turchia.
Anzitutto ci offre la visione di una Turchia molto diversa da quella che apprendiamo ogni giorno dai mezzi di comunicazione interessati soltanto a una visione politica, economica e strategica. Ultimamente è venuta alla ribalta internazionale per il problema delle minoranze che rischiano di venire soppresse. I cristiani infatti in Turchia sono una strettissima minoranza cioè 0,5% ma sono chiamati a crescere e la Chiesa sollecita che sia rispettato il diritto delle minoranze cristiane
La sua missione è sempre e ovunque quella di annunciare il Vangelo ma soprattutto di viverlo.
La prima sfida della Chiesa in Turchia è essere chiesa. Per questo i nostri missionari devono cercare cosa significa essere chiesa, rispondere alla missione che è indirizzata a tutti.
“Ciò che vive e subisce il popolo turco deve essere vita della chiesa e dei Francescani”. Essi sono luce, il popolo guarda a loro con fiducia e cerca in loro la speranza, vede in loro persone semplici che dialogano o meglio “incontrano”.
Così la Turchia per loro diventa il luogo della purificazione e della fede. Arrivano con il loro bagaglio culturale, ma per entrare nella dinamica della comunione sono chiamati alla purificazione. Le nostre sorelle in questo sono modelli, molto vicine alla gente, donne dell’incontro che vivono in sintonia con la gente.
La seconda sfida è l’inculturazione. In Turchia le diverse chiese sono rimaste chiuse nella propria cultura, ma oggi il mondo è globalizzato e la Chiesa deve entrare nella cultura turca per annunciare Cristo.
La terza sfida è il dialogo interreligioso ed ecumenico. Entrare in dialogo con i musulmani semplicemente per farsi conoscere e vivere il Vangelo aiuta molto a superare i pregiudizi. I missionari sono là per far conoscere Gesù e non per fare proselitismo, ma il dialogo conosce ancora tanti problemi proprio perché viene confuso con il proselitismo tanto che si è ritenuto necessario cambiare il termine dialogo in incontro: incontrare nella gratuità e semplicità.
Le nostre missionarie sono chiamate ad essere Sentinelle della fede, annunciare senza aspettare niente in cambio. Il risultato appartiene a Dio. Sono ormai entrate in dialogo con tutte le presenze religiose, condividono il cammino, si confrontano e si sostengono. E’ stato costituito il gruppo di coordinamento della Famiglia Francescana presente in Turchia e la coordinatrice è una nostra sorella.
Attraverso un dialogo libero con il Padre Eleuterio, alla fine, abbiamo conosciuto e potuto apprezzare il valore e l’importanza della nostra presenza di chiesa. Per questo non possiamo che ringraziare il Signore che ha aperto la strada del ritorno e i Superiori che l’hanno resa possibile.



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