Image

Archivio Notizie

News ed Eventi

GEMONA - L’ULTIMA EREDITÀ DI FRANCESCO: fedeltà al Vangelo povero come forma di comunione e memoria viva

GEMONA - L’ULTIMA EREDITÀ DI FRANCESCO: fedeltà al Vangelo povero come forma di comunione e memoria viva

Il percorso spirituale che lungo tutto quest'anno ha visto coinvolte noi suore della Provincia “Santa Maria degli Angeli” è giunto, sabato 23 maggio 2026, alla sua ultima e significativa tappa. A guidare questo cammino è stato fra Bernardo Molina, OFM Cap., che con la sua presenza discreta e profonda ha aiutato ciascuna religiosa a ritornare al cuore della sequela evangelica, secondo lo stile autentico di san Francesco d’Assisi.

«Tu seguimi»: l'essenziale contro la tentazione del confronto

La giornata si è aperta con la celebrazione dell’Eucaristia. Nell’omelia, fra Bernardo ha fatto risuonare una parola forte, tratta dal Vangelo di Giovanni (Gv 21,20-25), che ha accompagnato tutte le successive riflessioni: «A te che importa? Tu seguimi».

Pietro, dopo aver ricevuto da Gesù l’annuncio del proprio destino, si volta verso il discepolo amato e domanda: «Signore, che cosa sarà di lui?». È un gesto umano, istintivo: guardare l’altro per misurare se stessi. Ma Gesù lo richiama con fermezza all’essenziale. Il confronto, infatti, genera inquietudine: perché lui sì e io no? Perché l’altro è riconosciuto? Perché sembra più amato, più capace, più fecondo? È così che il cuore perde la sua semplicità.

La risposta di Gesù è profondamente liberante: non controllare il cammino degli altri, non interpretare ciò che Dio fa in loro, non vivere di paragoni. La pace nasce quando ciascuno accetta di abitare con verità e gratitudine la propria vocazione.

L’Ammonizione VIII: la tentazione dell’appropriazione spirituale

Nel primo momento di riflessione, fra Bernardo ha introdotto l’Ammonizione VIII di san Francesco, che tocca una radice profonda della vita spirituale: la tentazione di appropriarsi del bene. Quando l’uomo si impossessa dei doni, dei ruoli o dell’immagine di sé, nascono inevitabilmente il confronto, la rivalità e una sottile tristezza nel cuore.

Francesco, al contrario, indica una via diversa: la povertà come modo di amare Cristo senza trattenere nulla. È una povertà che libera e che permette di passare dalla dinamica del possesso alla dinamica della sequela; solo chi accetta di farsi piccolo, infatti, lascia spazio all'azione di Dio.

L’eredità più profonda del Poverello – ha ricordato il relatore – non consiste nel costruire un’opera propria, ma nel custodire umilmente un Vangelo che ci precede. La fedeltà non è trattenere nostalgicamente il passato, ma lasciare che il Vangelo rimanga vivo oggi, tornando sempre a ciò che ha acceso il cuore all’inizio.

Tre fatiche e tre passi concreti

Fra Bernardo ha poi messo in luce tre fatiche che oggi rischiano di minacciare la freschezza evangelica:

  1. La stanchezza dell’essenziale e la dispersione interiore: l'attivismo del fare molto senza abitare realmente la relazione.
  2. La fragilità delle relazioni fraterne: il rischio di vivere l'uno accanto all'altro senza incontrarsi mai davvero.
  3. L’addomesticamento silenzioso del Vangelo: quei piccoli compromessi quotidiani che finiscono per spegnere il fuoco degli inizi.

A queste fatiche ha affiancato tre passi concreti per il cammino:

  • Ritornare ogni giorno all’essenziale: attraverso il silenzio, l’ascolto della Parola e la sobrietà.
  • Custodire le relazioni più vere: imparando ad ascoltare senza difendersi e creando spazi di reciproca fiducia.
  • Esercitare la vigilanza interiore: domandandosi costantemente che cosa stia prendendo davvero il centro della propria vita.

La prima sessione si è conclusa lasciando spazio alla preghiera personale e all'autoesame: Che cosa desidero custodire davvero? Dove sento fragile la mia fedeltà? La mia povertà è ancora uno spazio di libertà? Quali sicurezze rischio di proteggere più del Vangelo? Come custodire la fraternità e la freschezza delle origini?

L’invidia: lo sguardo che divide o che riconosce

Nel pomeriggio, la seconda relazione ha affrontato un altro snodo cruciale dell’Ammonizione VIII: l’invidia come ferita della fraternità. San Francesco arriva a definirla una vera e propri "blasfemia", perché chi invidia il bene dell’altro non riconosce che quel bene viene da Dio.

L’invidia non fa rumore, ma consuma lentamente. Non nasce da un sentimento improvviso, bensì da uno sguardo che si è abituato a misurare, confrontare e interpretare. In quest'ottica distorta, il bene dell’altro non appare più come un dono comune, ma come una minaccia personale, generando distanza, tristezza e incomprensioni.

Francesco, però, non si limita a denunciare il male: indica una via di guarigione che passa attraverso la purificazione dello sguardo. Se tutto il bene viene da Dio, allora il bene dell’altro non è un termine di paragone, ma una rivelazione: l’altro diventa un segno luminoso della presenza del Signore.

Per curare lo sguardo, fra Bernardo ha proposto tre esercizi quotidiani:

  • Allenare lo sguardo: riconoscere il bene negli altri senza misurarlo con il proprio.
  • Ringraziare per il bene altrui: portare nella preghiera e lodare il Signore per ciò che Egli compie nei fratelli e nelle sorelle.
  • Accogliere se stessi con verità: non rassegnarsi ai propri limiti, ma riconoscere la propria realtà come il luogo esatto in cui Dio opera.

Anche questo momento si è concluso con alcune domande per il cuore: In quali situazioni faccio fatica a gioire del bene degli altri? Che rapporto ho con i miei limiti? Il mio sguardo costruisce o divide?

Una preghiera che diventa stile di vita

La giornata si è conclusa con un’orazione comunitaria che ha raccolto e sintetizzato il cammino compiuto:

Signore Altissimo, tu che sei ogni bene, il bene vero e sommo, donaci uno sguardo puro. Liberaci dal bisogno di possedere, dal confronto che divide, dalla tristezza per il bene degli altri. Insegnaci a riconoscerti lì dove operi, lì dove doni, lì dove fai crescere la vita. E rendici fratelli, capaci di gioire, capaci di lodarti per il bene che compi in ciascuno. Amen.

Un cammino che continua

Questo incontro non ha rappresentato un punto di arrivo, ma un rinnovato invito alla sequela. «A te che importa? Tu seguimi» rimane una parola terapeutica e liberante, che restituisce ciascuno alla bellezza della propria vocazione, scioglie l’ansia dei confronti e riapre lo spazio della fiducia reciproca.

Alla scuola di san Francesco le suore della provincia veneta hanno rinnovato la consapevolezza che il bene non si possiede, si accoglie. E che la vera fraternità nasce solo da uno sguardo purificato, capace di riconoscere l'azione di Dio in tutti, con lo stile umile e povero del Vangelo.