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ITALIA - Grotte di Castro: Mani che curano, un cuore che ama

ITALIA - Grotte di Castro: Mani che curano, un cuore che ama

 La testimonianza di Sr Mini Alex, Francescana Missionaria del Sacro Cuore, nella missione di Grotte di Castro, luogo natale del Venerabile Padre Gregorio Fioravanti.
Da 18 anni Sr Mini Alex vive la sua vocazione missionaria a Grotte di Castro, dove, attraverso il servizio infermieristico domiciliare, si prende cura delle persone malate, anziane e fragili. Nella semplicità dei gesti quotidiani, la sua testimonianza racconta come la competenza professionale, la fede e la tenerezza possano diventare espressione concreta del carisma del Sacro Cuore.

1. Curare con le mani, amare con il cuore

L'amore è la sostanza stessa della missione. Nel servizio quotidiano accanto ai malati, dove il corpo fragile e vulnerabile chiede attenzione e rispetto, in che modo la cura infermieristica diventa lo spazio concreto in cui si incarna il nostro carisma del Sacro Cuore?
Sono Sr Mini Alex e da 18 anni vivo la mia missione a Grotte di Castro, un luogo particolarmente significativo per la nostra Congregazione, perché qui nacque il nostro fondatore, il Venerabile Padre Gregorio Fioravanti.
Tra le diverse attività che svolgo, una delle più importanti per me è il servizio infermieristico domiciliare. È una missione che amo profondamente e che porto avanti con gioia, recandomi nelle case delle persone che hanno bisogno di assistenza, soprattutto malati, anziani e persone fragili.
Ogni giorno, entrando nelle loro abitazioni, mi rendo conto che la cura non può limitarsi a una prestazione sanitaria. Dietro ogni malattia c'è una persona, con la sua storia, le sue paure, le sue sofferenze e le sue speranze. Per questo cerco di avvicinarmi a ciascuno con lo stesso atteggiamento del Cuore di Cristo: un cuore capace di vedere, ascoltare, accogliere e lasciarsi toccare dal dolore dell'altro.
Una medicazione, un'iniezione, una parola di incoraggiamento, un sorriso, una mano che sostiene o semplicemente il tempo dedicato all'ascolto possono diventare espressioni concrete dell'amore di Gesù.
La mia professionalità, unita alla fede e alla sensibilità umana, diventa così uno strumento di evangelizzazione. Non sempre possiamo guarire una malattia o eliminare la sofferenza, ma possiamo offrire conforto, custodire la dignità della persona e aiutarla a non perdere la speranza.
È proprio in questi incontri quotidiani che riconosco la bellezza del nostro carisma del Sacro Cuore: essere una presenza che ama, si dona e rimane accanto a chi soffre.
Per me, curare significa rendere visibile la tenerezza di Dio attraverso le mie mani e il mio cuore.

2. Amare Cristo nelle membra sofferenti dei fratelli

San Francesco, di cui celebriamo gli 800 anni del Transito, ci richiama al dolore di un amore che non viene ricambiato: «L'Amore non è amato». Come può un gesto di cura o una parola di conforto rivolta a un malato diventare un atto di riparazione e di amore verso Cristo che soffre nelle membra dei suoi figli?

Le parole attribuite a San Francesco, «L'Amore non è amato», mi invitano a riflettere profondamente sul significato del mio servizio. Mi ricordano che ogni gesto compiuto con amore, anche il più piccolo e nascosto, può diventare una risposta concreta all'amore di Cristo.
Nel mio lavoro quotidiano, soprattutto attraverso le visite domiciliari, incontro persone che non hanno bisogno soltanto di cure mediche, ma anche di qualcuno che le ascolti, le comprenda e faccia sentire loro che non sono state dimenticate.
Una mano che sistema il cuscino, una medicazione fatta con delicatezza, una parola di conforto accanto al letto di un malato, il tempo dedicato a una persona sola: sono gesti semplici, ma possono restituire dignità, serenità e speranza.
In questi momenti sento che il mio servizio diventa qualcosa di più di un'attività professionale. Diventa un modo concreto di amare Cristo, che nel Vangelo si identifica con i più piccoli e con coloro che soffrono.
Quando entro nella casa di un malato, non desidero soltanto svolgere bene il mio lavoro. Vorrei che, attraverso la mia presenza, quella persona potesse sentire nel cuore: «Tu sei importante. La tua vita ha valore. Non sei solo. C'è qualcuno che si prende cura di te».
La visita domiciliare assume allora un significato ancora più profondo. Entrare nella casa di una persona significa entrare con rispetto nella sua intimità, nelle sue preoccupazioni, nelle sue solitudini e, talvolta, nelle sue ultime speranze.
A Grotte di Castro, dove vivo da tanti anni, ho la possibilità di conoscere le persone e accompagnarle nel tempo. Non si tratta soltanto di incontri occasionali, ma di relazioni che crescono attraverso la fiducia, la vicinanza e la continuità della presenza.
Credo che proprio qui si realizzi una forma semplice e autentica di riparazione: rispondere con amore là dove ci sono sofferenza, indifferenza, abbandono o solitudine.
Ogni volta che mi chino su una persona malata, cerco di ricordare che in quel corpo fragile è presente Cristo, che continua a chiedere di essere riconosciuto, accolto e amato.
Così anche il lavoro più umile può diventare preghiera. Curare un corpo, consolare un cuore, custodire una vita: tutto può trasformarsi in un atto d'amore verso Cristo.

3. Un cuore unificato: quando la professione diventa missione

Papa Leone XIV ci ricorda che la missione richiede «cuori unificati». In un servizio spesso intenso e impegnativo, come riesce a custodire l'unità interiore tra la cura professionale del corpo e l'attenzione spirituale e missionaria alla persona?
Per me, avere un cuore unificato significa non separare mai la mia professione infermieristica dalla mia vocazione religiosa. Non sono due realtà distinte, ma due dimensioni della stessa chiamata: servire la vita e testimoniare l'amore di Cristo.
Quando entro in una casa per assistere una persona malata, non incontro soltanto una ferita da medicare, una terapia da seguire o un problema di salute da affrontare. Incontro una persona con la sua storia, una famiglia, una realtà umana che merita attenzione e rispetto.
A volte incontro anziani che vivono nella solitudine, persone preoccupate per la propria salute o famiglie che attraversano momenti difficili. Non sempre posso trovare una soluzione a ogni problema, ma posso offrire ascolto, un consiglio, un incoraggiamento e, soprattutto, la certezza di una presenza fedele.
Anche questo, per me, significa prendersi cura.
La dimensione spirituale nasce spesso con naturalezza. Quando una persona desidera pregare, condivido volentieri con lei un momento di preghiera. Quando invece preferisce semplicemente parlare o essere ascoltata, cerco di rispettare la sua sensibilità e di testimoniare il Vangelo attraverso la disponibilità e la vicinanza.
Sono convinta che la missione non consista necessariamente nel parlare di Dio, ma anche nel permettere che il suo amore sia riconoscibile attraverso il nostro modo di incontrare e servire gli altri.
A volte bastano domande molto semplici: «Come sta oggi?», «Ha riposato questa notte?», «Ha bisogno di qualcosa?». Oppure una promessa mantenuta: «Non si preoccupi, tornerò a vedere come sta».
Sono parole quotidiane, ma per chi vive la malattia o la solitudine possono diventare una grande consolazione.
Naturalmente ci sono anche giornate impegnative, momenti di stanchezza e situazioni che mi fanno sentire i miei limiti. In queste circostanze cerco di ritrovare la mia unità interiore nella preghiera.
Prima di entrare in una casa, affido al Signore la persona che sto per incontrare e gli chiedo: «Signore, aiutami a riconoscerti nella persona che oggi mi affidi».
Al termine della visita, soprattutto quando non sono riuscita a fare tutto ciò che avrei desiderato, ripeto nel mio cuore: «Signore, ciò che non ho potuto fare, lo affido a Te».
Questi piccoli momenti mi aiutano a ricordare che non sono chiamata a risolvere ogni sofferenza, ma a essere uno strumento del suo amore.
Il mio servizio infermieristico diventa così parte integrante della mia consacrazione. Le mani che curano, i passi che mi portano nelle case, le porte alle quali busso, le parole che pronuncio e il silenzio con cui accompagno il dolore sono tutti gesti della stessa missione.

Essere una donna consacrata e un'infermiera significa, per me, curare con competenza, incontrare con rispetto, accompagnare con compassione e lasciare in ogni casa un piccolo segno della tenerezza del Sacro Cuore.
Dopo 18 anni vissuti in questa missione, continuo a scoprire che il Signore mi attende proprio nelle persone che incontro ogni giorno. E ogni volta che posso alleviare una sofferenza o donare un momento di serenità, sento di vivere pienamente la mia vocazione di Francescana Missionaria del Sacro Cuore.
Perché, in fondo, la missione è questo: lasciare che l'amore di Cristo passi attraverso le nostre mani e raggiunga il cuore di chi soffre.