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Mese Missionario: Il Vangelo tra i banchi: educare con il cuore di Francesco - Puerto Varas/Cile
Educare non significa soltanto trasmettere conoscenze, ma soprattutto credere nelle persone, anche quando sembrano aver perso la fiducia in sé stesse.
Dal Cile, Sr Mercedes Samaniego, direttrice della scuola Felmer Niklitschek di Puerto Varas, ci offre una testimonianza profonda e concreta sulla bellezza e sulla responsabilità della missione educativa francescana: accogliere senza giudicare, accompagnare con amore e riconoscere in ogni giovane una promessa di bene.
Attraverso la sua esperienza, ci ricorda che educare alla speranza significa non arrendersi mai davanti alle fragilità, nella certezza che Dio continua a seminare possibilità di vita nuova in ogni cuore.
Ravvivare il fuoco della vocazione missionaria
«Papa Leone XIV ci esorta a “ravvivare il fuoco della vocazione missionaria” per educare in un’epoca segnata da polarizzazioni e diffidenze. Nella scuola, a contatto con le nuove generazioni, come possiamo trasmettere la speranza e accendere questo fuoco nei cuori dei bambini e dei giovani?»
Credo che, per trasmettere speranza, sia necessario innanzitutto essere profondamente convinte che Cristo è la nostra speranza. Non possiamo accendere negli altri un fuoco che non arde prima di tutto nel nostro cuore.
Come religiosa ed educatrice, sono convinta che trasmettere speranza significhi, prima di ogni altra cosa, credere nei nostri bambini e nei nostri giovani, riconoscere la loro dignità di persone e scoprire in ciascuno di loro la presenza di Dio, anche quando le circostanze della loro vita impediscono loro di riconoscerla.
Nelle nostre scuole incontriamo giovani che affrontano realtà molto dolorose: problemi legati al consumo di droga, carenze affettive, situazioni familiari complesse, mancanza di amore, solitudine e una profonda ricerca della propria identità e del senso della vita. Spesso sono giovani etichettati dalla società e, talvolta, persino da noi educatori, quando sentiamo espressioni come: «Con questo ragazzo ormai non c'è più nulla da fare».
Eppure, è proprio in queste situazioni che la nostra vocazione religiosa ed educativa deve diventare ancora più forte. Io credo in questi giovani. Credo nelle loro possibilità, nella loro capacità di cambiare e in tutto il bene che Dio ha seminato nei loro cuori, anche quando loro stessi non riescono a riconoscerlo.
Come religiosa e insegnante, sento una profonda responsabilità davanti a Dio per l'amore che dono a ciascuno di loro. So che un giorno dovrò rendere conto non soltanto di ciò che ho insegnato, ma anche di quanto ho amato, di quanto ho accompagnato e di quanto bene ho potuto compiere e, forse, ho tralasciato di fare.
Molte volte questo amore non sarà riconosciuto né ricambiato con gratitudine. Può persino accadere che i nostri studenti non comprendano, in quel momento, il bene che desideriamo per loro. Ma questo non deve fermarci, perché la nostra missione non consiste nel cercare riconoscimenti, bensì nell'amare e servire gratuitamente.
Mentre rifletto su questa domanda, mi vengono in mente i volti concreti degli studenti della mia scuola, giovani con storie difficili e famiglie che si avvicinano cercando aiuto, comprensione e una parola di incoraggiamento. Sono proprio questi volti a rinnovare ogni giorno la mia vocazione.
Credo profondamente che soltanto attraverso una fede viva, capace di trasformarsi in amore concreto, possiamo offrire risposte di autentica speranza. Accendere il fuoco nel cuore di un bambino o di un giovane significa fargli sentire che la sua vita ha valore, che Dio lo ama, che non è solo e che esiste sempre la possibilità di ricominciare.
Per me, questo significa educare alla luce del Vangelo: non rinunciare mai a nessuna persona, perché Dio non rinuncia mai a nessuno dei suoi figli.
Aspirare a grandi cose attraverso la pedagogia francescana
«Il nostro sito istituzionale rilancia l'invito del Papa ai giovani: “Aspirate a grandi cose, non accontentatevi”. In che modo la nostra pedagogia francescana aiuta gli studenti a guardare oltre il materialismo e a dedicarsi a ideali grandi e fraterni?»
Credo che una delle sfide più importanti della nostra pedagogia francescana sia aiutare i giovani a scoprire il significato profondo della propria esistenza e a comprendere che la loro vita ha uno scopo che va ben oltre le cose materiali.
Viviamo in una società che spesso presenta loro il successo come il possedere sempre di più, raggiungere una posizione economica privilegiata o ottenere riconoscimenti. Tuttavia, attraverso la nostra spiritualità francescana, desideriamo invitarli a scoprire che la vera grandezza di una persona non risiede in ciò che possiede, ma in ciò che è, nella sua capacità di amare e nel bene che può compiere per gli altri.
Per questo ritengo fondamentale accompagnarli a porsi alcune domande essenziali: Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? Qual è la mia missione su questa terra? Quale significato ha la mia vita? Che cosa posso offrire al mondo e alle persone che mi circondano?
Queste domande aiutano i giovani a rileggere la propria storia, riconoscere la propria dignità, apprezzare la vita e scoprire i doni che Dio ha affidato loro.
San Francesco d'Assisi ci insegna proprio questo: che la vera ricchezza si trova nella semplicità, nella fraternità, nell'umiltà e nel servizio. La sua vita ci ricorda che non è necessario possedere grandi cose per realizzare una grande missione.
Dalla mia esperienza di religiosa ed educatrice, credo che dobbiamo insegnare ai nostri studenti ad amare la propria vita, affinché siano capaci di amare e rispettare anche quella degli altri. Dobbiamo aiutarli a scoprire che ogni talento, ogni capacità e ogni opportunità ricevuta possono trasformarsi in un dono per il prossimo.
Aspirare a grandi cose non significa necessariamente diventare qualcuno di importante agli occhi del mondo, ma diventare persone capaci di amare profondamente, servire con generosità e trasformare la realtà attraverso il bene.
È questa la grandezza che desideriamo seminare nei nostri studenti: aiutarli a comprendere che tutto ciò che facciamo acquista il suo significato più autentico quando nasce dall'amore ed è orientato al bene degli altri.
In definitiva, la nostra pedagogia francescana cerca di formare persone che non vivano soltanto per sé stesse, ma che scoprano la gioia di costruire fraternità e pace, facendo il bene ovunque Dio le chiami a vivere.
La spiritualità della comunione e della collaborazione nella scuola
«Educare oggi significa anche sapersi relazionare con famiglie provenienti da culture e contesti differenti. Come si realizza, tra i banchi di scuola, quella “spiritualità di comunione e collaborazione” di cui parla il messaggio del Santo Padre?»
Dalla mia esperienza di religiosa ed educatrice, sono convinta che la spiritualità francescana non possa rimanere soltanto nelle parole, nei documenti istituzionali o nelle celebrazioni religiose; deve essere vissuta e resa visibile nei piccoli gesti di ogni giorno.
La comunione e la collaborazione cominciano da qualcosa di semplice come il modo in cui salutiamo una persona, ascoltiamo uno studente, comunichiamo un'informazione, accogliamo un genitore o rispondiamo a una situazione difficile.
Molte volte pensiamo che evangelizzare significhi parlare di Dio, ma credo che uno dei modi più profondi per annunciarlo sia proprio attraverso il nostro modo di relazionarci con gli altri.
Quando una famiglia arriva nella nostra scuola portando una preoccupazione, una difficoltà o una storia dolorosa, la nostra prima missione è farla sentire accolta, ascoltata e rispettata, senza giudicarla per la sua origine, cultura, condizione sociale o situazione personale.
Per me, vivere la spiritualità della comunione significa creare una comunità educativa nella quale nessuno si senta estraneo, escluso o meno importante degli altri. Uno spazio in cui ogni persona possa scoprire di avere un posto, che la sua presenza è preziosa e che tutti siamo responsabili del benessere e della crescita reciproca.
Questo significa costruire ciò che mi piace chiamare un circolo evangelizzatore, nel quale studenti, famiglie, insegnanti, personale scolastico e religiose si sentano parte di un'unica comunità che cammina, impara e cresce insieme.
Ma questa comunione ci chiede anche di esaminare i nostri atteggiamenti. Non possiamo parlare di fraternità se le nostre parole feriscono, se i nostri giudizi escludono o se rimaniamo indifferenti davanti alla sofferenza di chi ci sta accanto.
San Francesco ci invita a riconoscere nell'altro un fratello, e questa fraternità deve manifestarsi soprattutto quando incontriamo differenze, difficoltà o situazioni che mettono alla prova la nostra capacità di amare.
Credo che la scuola evangelizzi veramente quando le persone che vi entrano possono sperimentare, attraverso il nostro modo di accoglierle e trattarle, qualcosa dell'amore di Dio.
Per questo, per me, la spiritualità della comunione e della collaborazione non è semplicemente un'attività in più all'interno del progetto educativo: è un modo di vivere, di educare e di costruire comunità.
E se riusciremo a far sentire ogni studente, ogni famiglia e ogni educatore parte di questa grande famiglia, staremo rendendo concreto il nostro carisma francescano: costruire la pace facendo il bene.
