Mese Missionario nel mondo FMSC
Mese Missionario: “Nessuno dovrebbe sentirsi straniero” dalla Turchia
Intervista a Sr Zita Gutang, FMSC – Turchia
In Turchia, accanto ai migranti e alle famiglie che vivono situazioni di fragilità, Sr Zita Gutang, FMSC, testimonia ogni giorno il valore dell'accoglienza e della fraternità. Attraverso il suo servizio nella Caritas, incontra storie di sofferenza, dignità e coraggio, scoprendo che anche nelle situazioni più difficili la speranza continua a vivere. In questa intervista ci racconta come la spiritualità francescana diventi un invito concreto a riconoscere in ogni persona un fratello e una sorella.
Il tema del Centenario è «Uno in Cristo, uniti nella missione». Nel suo servizio accanto ai migranti, provenienti da culture e realtà diverse, come sperimenta concretamente questa unità che supera le differenze e le barriere?
La mia esperienza in Turchia mi ha aiutata a comprendere più profondamente le sofferenze e le difficoltà che tante persone migranti affrontano ogni giorno. Vivere in un Paese diverso dal proprio significa confrontarsi con una lingua sconosciuta, con procedure burocratiche spesso complicate e con abitudini culturali differenti. Sono difficoltà che, in qualche modo, ho sperimentato anch'io e che mi permettono di avvicinarmi a queste persone con maggiore comprensione.
Anche nella nostra comunità parrocchiale viviamo una grande ricchezza di culture, lingue e tradizioni. Non sempre è facile comprendersi, ma proprio attraverso l'incontro e la condivisione impariamo a superare le distanze.
Ho scoperto che la diversità non deve necessariamente dividerci. Al contrario, può diventare un'occasione per conoscerci, ascoltarci e arricchirci reciprocamente. Ogni persona porta con sé una storia, un'esperienza e qualcosa da donare. È così che, poco alla volta, impariamo a sentirci parte di un'unica famiglia.
Il Papa ci invita ad «accogliere la diversità come ricchezza». In che modo la spiritualità francescana la aiuta a riconoscere in ogni persona un fratello o una sorella, superando i pregiudizi e l'indifferenza?
La spiritualità francescana ci ricorda che ogni uomo e ogni donna è un dono di Dio, una persona da accogliere, rispettare e amare, indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua cultura o dalla sua condizione sociale.
Nel mio servizio alla Caritas incontro persone molto diverse, ciascuna con il proprio carattere, le proprie difficoltà e le proprie ferite. Devo riconoscere che non sempre è facile mantenere la pazienza. A volte mi accorgo dei miei limiti e, ripensando a certe situazioni, provo dispiacere. Mi domando: «Che colpa hanno queste persone?».
È una domanda che mi accompagna soprattutto quando vedo donne e madri arrivare al nostro guardaroba per chiedere qualche vestito. Penso a quanto possa essere difficile e persino umiliante dover chiedere ciò che, in condizioni normali, si vorrebbe acquistare con il frutto del proprio lavoro.
Mi colpisce profondamente il desiderio di una madre di poter comprare qualcosa di bello per i propri figli, di offrire loro ciò che ogni genitore vorrebbe donare. E invece, spesso, deve accontentarsi di quello che trova tra gli abiti usati.
Davanti a queste situazioni sento una grande tristezza e mi chiedo come potrei fare di più. Vorrei poter offrire non soltanto un vestito, ma anche un po' di serenità, di dignità e di speranza.
Sono incontri che mi interrogano e mi insegnano molto. Mi ricordano che dietro ogni richiesta di aiuto c'è una persona, una famiglia, una storia che merita rispetto. E che la carità francescana comincia proprio da qui: dal saper guardare l'altro con gli occhi e con il cuore di un fratello.
Padre Gregorio Fioravanti ripeteva: «Tanto più avrete confidato in Dio, tanto più Egli vi consolerà». Nelle situazioni difficili vissute dai migranti, come diventa questa fiducia in Dio una fonte di consolazione e di speranza?
Una delle testimonianze più forti che ricevo dalle persone migranti, soprattutto dalle donne e dalle madri, è proprio quella della speranza.
Molte hanno attraversato esperienze dolorose, affrontato difficoltà e vissuto momenti di grande incertezza. Eppure continuano a guardare avanti, soprattutto pensando al futuro dei propri figli.
Non tutte vivono queste situazioni nello stesso modo, ma in tante donne vedo una forza straordinaria: nonostante tutto, continuano a lottare per offrire ai loro bambini una vita migliore.
Questo mi commuove profondamente, perché mi fa comprendere che la speranza può rimanere viva anche quando le circostanze sembrano negarla.
Forse queste persone non parlano sempre apertamente della loro fede, né riescono a esprimere con le parole ciò che portano nel cuore. Tuttavia, nei loro gesti, nella perseveranza e nel coraggio di andare avanti, si percepisce una fiducia profonda.
Viviamo in un mondo in cui tante sicurezze sembrano venire meno. Nessuno può garantire che il domani sarà facile o privo di sofferenze. Ma la fede ci ricorda una certezza: Dio non ci abbandona.
Ed è proprio questa fiducia che desidero custodire e condividere con le persone che incontro. A volte non possiamo cambiare immediatamente le loro condizioni di vita, ma possiamo esserci, ascoltare, accompagnare e ricordare loro che non sono sole.
Perché, anche quando tutto sembra difficile, la speranza non muore.
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