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Mese Missionario – Sr Anabel Malabanan: una presenza francescana di pace in Medio Oriente

Mese Missionario – Sr Anabel Malabanan: una presenza francescana di pace in Medio Oriente

Sr Anabel Malabanan – Missionaria di pace in Medio Oriente
Nel cuore del Medio Oriente, Sr Anabel vive la missione francescana come presenza di dialogo, fraternità e pace.
Tra popoli, culture e religioni diverse, testimonia che la pace nasce da cuori riconciliati capaci di diventare strumenti di pace.


«Sr Anabel, tu vive la missione in Medio Oriente, terra provata dai conflitti. Il Santo Padre ricorda che l’annuncio chiede anzitutto cuori pacificati e riconciliati. In un contesto simile, come fa la vostra comunità a custodire la pace interiore e a farne dono a chi vi circonda?»
Prima di tutto, posso dire che noi viviamo in una realtà particolare, non solo perché siamo vicine alla frontiera, ma anche perché siamo lontane dalle altre nostre comunità. Come Suore Francescane Missionarie del Sacro Cuore, siamo l’unica nostra comunità presente in questa zona, e umanamente non è sempre facile.
Per questo cerchiamo, prima di tutto, di custodire la serenità e la pace nel nostro cuore, sostenendoci nella vita fraterna e affidando al Signore le nostre preoccupazioni e le nostre paure.
Ma sentiamo che il Signore non ci lascia sole. Accanto a noi ci sono tante persone laiche che collaborano nella scuola, nella pastorale e nella Chiesa. Anche loro vivono le difficoltà della guerra, e insieme camminiamo e ci sosteniamo.
Il fatto che queste persone abbiano fiducia nella nostra presenza e si sentano sostenute e più sicure sapendo che siamo qui ci dà molta forza. Ci fa capire che, anche attraverso una presenza semplice e silenziosa, possiamo essere segno di speranza e di pace.
È questa fraternità, insieme alla preghiera e al servizio quotidiano, che ci dà la forza di andare avanti e di custodire la pace nel nostro cuore.


«Sr Anabel: Il motto francescano per eccellenza è "Pace e Bene", e sul nostro sito leggiamo che "è nel perdono che siamo perdonati". Quanto è difficile, ma al tempo stesso profetico, testimoniare la via francescana del perdono e della riconciliazione dove le ferite della guerra sono ancora aperte?»
Secondo me, il perdono è una parola facile da dire, ma viverla nella realtà non è sempre semplice. E questo non riguarda soltanto le ferite della guerra. Anche nella nostra comunità, nella vita di ogni giorno, possono esserci momenti di incomprensione, di disagio, o può mancare la pace tra di noi.
A volte è difficile dire “Pace e Bene” quando dentro di noi c’è qualcosa che ci pesa. Per questo penso che, prima di tutto, dobbiamo fermarci davanti a Dio e fare una preghiera vera e sincera. Se riconosciamo che Dio è presente in noi e che il suo amore e il suo perdono sono vivi nel nostro cuore, allora anche il nostro “Pace e Bene” diventa vero.
Non è più soltanto una parola o un saluto francescano che diciamo perché è la nostra tradizione. Diventa qualcosa che viene dal cuore e che possiamo veramente offrire alla sorella con cui viviamo, alla persona che incontriamo, alle famiglie, ai bambini e a tutti coloro che il Signore mette sul nostro cammino.
Forse non sempre ci riusciamo, ma possiamo ogni giorno ricominciare. E quando la pace di Dio comincia a vivere dentro di noi, allora possiamo diventare anche noi, con le nostre piccole azioni, strumenti di pace per gli altri e certo per il mondo.

 

«Il Papa chiede a Maria, Regina delle missioni, di renderci «strumenti di pace». Quali piccoli, invisibili passi quotidiani compie la vostra fraternità per gettare ponti di dialogo ecumenico e interreligioso in questa regione?»
"Credo che possiamo testimoniare/ costruire una pace vera e sincera nella nostra missione partendo dalla nostra semplicità francescana. Noi infatti, attraverso la nostra missione nella scuola i bambini che accogliamo non sono tutti cristiani cattolici: ci sono cristiani di diverse confessioni, come gli ortodossi, e ci sono anche bambini musulmani. Eppure cerchiamo di vivere insieme nella semplicità, nel rispetto e nella pace.
Anche quando preghiamo insieme, i bambini musulmani partecipano con noi, ma sempre nel rispetto della loro fede, senza imporre la nostra religione. Perché ciò che cerchiamo di trasmettere è soprattutto questo: siamo tutti figli di Dio. E quando partiamo da questa consapevolezza, nascono la comprensione, il rispetto e l’amore, e non la divisione.
Questo dialogo lo viviamo anche con le persone che collaborano con noi, alcune delle quali appartengono ad altre religioni. Cerchiamo di costruire rapporti sinceri, non attraverso tante parole, ma attraverso la nostra presenza e il nostro modo di vivere. Anche nei momenti importanti della vita, come un funerale, cerchiamo di essere vicini alle famiglie musulmane o alle persone di altre confessioni, così come loro sono vicine a noi nei nostri momenti importanti.
Sono piccoli gesti, ma attraverso questi gesti si costruiscono ponti. E penso che proprio questo sia il nostro modo di essere strumenti di pace: non chiedere all’altro di essere come noi, ma incontrarlo con rispetto, riconoscendo che, al di là delle nostre differenze, siamo tutti figli di Dio e tutti desideriamo vivere nella pace e nell’amore.
Per noi questo è già un piccolo passo verso quel dialogo ecumenico e interreligioso che costruisce una Chiesa capace di accogliere, unire e non dividere.