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ROMA - Viale Saffi: Quando la fraternità si fa cura
La testimonianza di Sr Angel Rose, Francescana Missionaria del Sacro Cuore, al servizio delle consorelle anziane e malate nella comunità di Viale Saffi, Roma.
La missione dell'amore nel cuore della fraternità
Pace e bene!
Sono Sr Angel Rose, Francescana Missionaria del Sacro Cuore della Provincia Maria Immacolata. Attualmente svolgo il mio servizio come infermiera presso la comunità di Viale Saffi, a Roma, dove mi dedico in particolare all'assistenza delle nostre consorelle anziane e malate.
Ogni giorno questa missione mi offre un'occasione nuova per sperimentare e testimoniare l'amore di Cristo all'interno della nostra fraternità. È un servizio che richiede attenzione, pazienza, delicatezza e disponibilità, ma che mi permette soprattutto di vivere concretamente la mia vocazione di religiosa consacrata.
Papa Leone XIV ci ricorda che l'amore costituisce l'essenza stessa della missione. Questa verità accompagna profondamente la mia esperienza quotidiana. Guidata dal nostro carisma francescano e dalla spiritualità del Sacro Cuore, cerco di trasformare ogni gesto di assistenza in un'espressione dell'amore misericordioso di Gesù.
Nel mio servizio incontro diverse forme di fragilità: malattie, sofferenze fisiche, difficoltà emotive, solitudine e le limitazioni che spesso accompagnano l'età avanzata. Ogni consorella porta con sé una storia preziosa, fatta di anni di consacrazione, di servizio, di sacrifici e di fedeltà al Signore.
Per questo, quando mi avvicino a una sorella malata, non vedo soltanto una persona bisognosa di cure, ma una vita interamente donata a Dio, che oggi chiede di essere accompagnata con amore e rispetto.
La cura infermieristica diventa così uno spazio privilegiato nel quale il nostro carisma del Sacro Cuore prende forma attraverso gesti concreti di compassione, tenerezza e vicinanza.
Toccare una ferita, aiutare una consorella a muoversi, somministrare una terapia, ascoltare una preoccupazione o semplicemente rimanere accanto a chi soffre sono gesti che possono diventare una vera esperienza di incontro con Cristo.
Ho imparato che prendersi cura non significa soltanto alleviare il dolore fisico, ma anche custodire la dignità della persona, riconoscere le sue necessità interiori e offrirle la certezza di non essere sola.
In questo servizio scopro ogni giorno il volto compassionevole del Cuore di Gesù, che si manifesta nella tenerezza, nella pazienza e nella disponibilità a condividere la sofferenza dell'altro.
«L'Amore non è amato»: rispondere con la carità
Le parole tradizionalmente attribuite a San Francesco, «L'Amore non è amato», esprimono il dolore di fronte a un amore immenso che spesso non viene riconosciuto e accolto.
Per me, questa espressione rappresenta un invito a rispondere all'amore di Cristo attraverso il servizio quotidiano, soprattutto accanto alle consorelle che vivono la malattia e la fragilità.
La vita di un'infermiera non è sempre facile. Ci sono giornate intense, momenti di stanchezza e situazioni nelle quali ci si confronta con la sofferenza, con i limiti della medicina e con la difficoltà di non poter risolvere ogni problema.
Tuttavia, proprio in queste circostanze sento più forte la chiamata a vivere lo spirito francescano di minorità, umiltà e servizio.
Ogni consorella malata mi invita a uscire da me stessa, a mettere da parte le mie preoccupazioni e a farmi vicina con semplicità. A volte una parola di conforto, un sorriso, una carezza o un ascolto paziente possono portare serenità anche quando la sofferenza fisica rimane.
Comprendo così che la cura del corpo non può essere separata dall'attenzione al cuore e allo spirito della persona.
Il mio servizio non consiste soltanto nel compiere correttamente un intervento sanitario, ma anche nel creare una relazione di fiducia, nella quale la consorella possa sentirsi accolta, rispettata e amata.
In questa prospettiva, ogni gesto di cura può diventare un atto di amore e di riparazione: un modo semplice e silenzioso per rispondere a Cristo, che continua a manifestarsi nelle membra sofferenti dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
La mia esperienza infermieristica mi aiuta anche a crescere nella fede e nella vita consacrata. Le consorelle anziane, con la loro storia e la loro testimonianza, continuano a insegnarmi il valore della perseveranza, della fiducia in Dio e dell'offerta quotidiana della propria vita.
Mentre mi prendo cura di loro, mi accorgo che anch'io ricevo molto: la loro presenza diventa per me una scuola di fede, di fraternità e di amore.
Un cuore unificato: curare il corpo e custodire lo spirito
Papa Leone XIV ci invita a vivere la missione con «cuori unificati». Nel mio servizio quotidiano, queste parole assumono un significato particolarmente importante.
Essere una religiosa consacrata e un'infermiera non significa vivere due vocazioni separate, ma riconoscere che entrambe si incontrano nell'unico desiderio di amare e servire Cristo.
La competenza professionale è fondamentale per offrire un'assistenza responsabile e attenta. Allo stesso tempo, la mia vocazione religiosa mi invita a vivere ogni intervento con uno sguardo che va oltre la malattia e riconosce la persona nella sua interezza.
Cerco perciò di mantenere un equilibrio tra la cura fisica, l'ascolto, il sostegno emotivo e l'accompagnamento spirituale.
La vita comunitaria offre un'opportunità particolare per vivere questa unità. Le persone che assisto non sono soltanto pazienti, ma sono le mie sorelle, con le quali condivido la stessa consacrazione, la preghiera, la spiritualità e l'appartenenza alla nostra famiglia religiosa.
Questa relazione rende il servizio ancora più significativo, ma richiede anche una grande capacità di pazienza, comprensione e disponibilità.
Ci sono momenti in cui la stanchezza può farsi sentire e le difficoltà quotidiane possono mettere alla prova la serenità interiore. In queste situazioni sento il bisogno di ritornare al Vangelo e di lasciarmi guidare dallo Spirito Santo.
È nella preghiera che ritrovo la forza per continuare a servire con amore. È nell'incontro con Cristo che imparo a guardare ogni consorella con occhi nuovi, riconoscendo nella sua fragilità una presenza preziosa da custodire.
Lo spirito francescano di minorità mi ricorda che la grandezza della missione non dipende dalla visibilità delle opere compiute, ma dall'amore con cui vengono vissute.
Anche un servizio nascosto, ripetuto ogni giorno, può diventare una testimonianza autentica del Vangelo.
Per me, avere un cuore unificato significa proprio questo: lasciare che la mia fede illumini la mia professione e che la mia professione diventi un'espressione concreta della mia consacrazione.
La fraternità, luogo quotidiano della missione
Attraverso questa esperienza ho compreso sempre più profondamente che la missione non si realizza soltanto attraverso grandi opere o in terre lontane. La missione comincia anche nella nostra stessa comunità, quando impariamo a prenderci cura le une delle altre con amore sincero.
Le nostre consorelle anziane e malate, che hanno dedicato tanti anni della loro vita al Signore e alla missione, continuano a essere una presenza preziosa per la Congregazione. Anche nella fragilità, la loro vita rimane una testimonianza di fedeltà e di offerta.
Accompagnarle significa riconoscere il valore della loro storia e restituire, attraverso la nostra vicinanza, un po' dell'amore che hanno donato nel corso degli anni.
Sono grata al Signore per questa missione, che ogni giorno mi insegna a essere più paziente, più disponibile e più attenta alle necessità degli altri.
Desidero continuare a vivere il mio servizio con lo stesso spirito di San Francesco, facendo della semplicità, della compassione e della fraternità il cuore della mia testimonianza.
Essere Francescana Missionaria del Sacro Cuore significa, per me, avere un cuore unito a Cristo e mani sempre disponibili a servire.
Perché anche nel silenzio di un'infermeria, accanto al letto di una consorella malata, l'amore di Dio continua a farsi presente e la missione continua a portare frutto.
